Fondazione di Venezia

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mayorga

mercoledì 3 febbraio 2010 al Teatro Giovanni Poli di Venezia
Il terzo appuntamento di declinazioni di Drammaturgia è stato dedicato a  JUAN MAYORGA 
L'incontro, coordinato dal curatore del progetto Leonardo Mello ha visto ospiti
Franco Quadri, Davide Carnevali e Manuela Cherubini
 
 
L’attenzione di Juan Mayorga per il linguaggio del potere e per la manipolazione affonda le proprie radici retroterra filosofico.
Citando il dialogo platonico tra Socrate e Gorgia, il drammaturgo spagnolo ammette che “ci domina il sospetto che le parole che usiamo siano le peggiorni, ma non abbiamo che le parole per comunicare e per immaginare un altro mondo possibile”.

“Il teatro ha una doppia valenza politica – dice Mayorga -: ha una dimensione critica e utopica.
Ci fa stupire sull’utilizzo delle parole e ne propone di alternative.
Permette di sognare altri modi più ampi, più intensi per dire il mondo.
Così i grandi maestri del teatro sono riusciti a rendere concreta l'astrazione. E i personaggi non risultano portavoce dell’autore, ma riescono a toccare e dividere chi guarda l’opera”.

Nelle opere di Mayorga si toccano temi forti: dal nazismo all’immigrazione, dalla pedofilia (supposta) all’educazione scolastica. Il tutto in un modo “nuovo” – come lo ha definito il critico Franco Quadri – che ricorda la scrittura di Brecht.

“Quando lavoro in teatro sento un profondo senso di responsabilità – afferma il drammaturgo -. È identico se ho davanti dieci o mille persone.
È necessario costruire per loro un’esperienza poetica rilevante, che tocchi le loro vite.
Quando costruisco una parola o un personaggio nel testo cerco qualcosa che abbia valore per chi guarda, perché credo che non dobbiamo fra perdere tempo al pubblico con delle stupidaggini”.

Ecco perché Mayorga dichiara di avere come linea programmatica i paradossi di Brecht. “sto preparando il mio prossimo errore” e “fallisci meglio”.
“Per fallire, però, bisogna sfidarsi”, proclama lo spagnolo.

Che fare allora a teatro?
“È necessario fare un teatro divertente, senza però limitarci a questo.
Cechiamo un teatro basato sul conflitto, ma il conflitto principale deve nascere tra la platea e la scena. Se non nascono controversie, non ha senso.
Dobbiamo andare al cuore dei personaggi, per quanto lontani siano da noi.
Ho cercato di scrivere dal punto di vista di un comandante nazista o di un pedofilo. È stato un lavoro duro, ma niente è più utile di un mostro in scena, di fronte al quale lo spettatore si possa sentire innocente. Oppure possa riconoscere di avere in sé qualcosa del mostro, dunque si riconosca e probabilmente si potrebbe destabilizzare.
Ognuno di noi vuol sentirsi innocente ed è sgradevole scoprire che non lo siamo”.

Qualcuno dice che Mayorga è un moralista.
“Non credo di esser moralista, ma di esser uno che si preoccupa della morale.
Credo che il teatro sia il mezzo più diretto per esaminare la vita.
Il teatro può celebrare la vita e la bellezza che tiene assieme il mondo
Il teatro è uno strumento straordinario per condividere la mia meraviglia di fronte alla vita.
E mi sembra che in teatro ci sia posto x tutto quello che mi accade nella vita”.

Sollecitato da Franco Quadri, che mette in luce la duplicità di molti suoi personaggi, Mayorga cita la “zona grigia” tra la vittima e l’aguzzino raccontata da Primo Levi.
“È la zona che io trovo più interessante. È il momento nel quale ognuno rischia di compromettersi.
La zona grigia è il punto in cui mi chiedo: chi finge di non vedere è vittima di un inganno o è un codardo che non vuole vedere?”.

Teatro e animali.
“Ho scoperto con Cervantes la doppia valenza della scelta di metter in scena gli animali – spiega Mayorga -. Il valore poetico degli attori che diventano animali sulla scena permette di condurre lo spettatore ad accetta la poetica di tutto quello che accade, parole e movimenti straordinari, non quotidiani. Se si accettano gli animali parlanti, si accetta anche che parlino di contenuti alti.
Ecco che qui si rafforza il potere magico delle parole”.